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Il Principe di Ostia Bronx: la meravigliosa poetica del fallimento.

Ci sono storie che sono davanti agli occhi di tutti per molto tempo, ma che solo qualcuno riesce a fissare nel loro valore più intrinseco. Fino ad allora le si è guardate ma non le si è viste. Chi le sa raccontare, dona ad esse un surplus di verità, le fa divenire improvvisamente evidenti, tridimensionali e accessibili.

Questo è ciò che è accaduto per “Il Principe di Ostia Bronx”, il documentario in cui Raffaele Passerini, regista e direttore didattico della Roma Film Academy (Scuola di cinema situata all’interno degli Studios di Cinecittà) ci fa conoscere con una sensibilità tutta particolare due personaggi originali come Dario (il Principe, Dario Galetti Magnani) e Maury (la Contessa, Maurilio Fonte), da molti anni protagonisti assoluti della spiaggia naturista di Capocotta, sul litorale di Ostia.

Il progetto, nato all’insegna della totale spontaneità di regista e attori, privo di grandi mezzi tecnici a cui ormai siamo abituati come standard e che diamo per scontati (molte riprese sono state realizzate con un IPhone e il taglio delle immagini di repertorio è ovviamente amatoriale) ha una rimarchevole potenza emotiva e narrativa. Alla sua prima uscita pubblica, alla 13^ edizione del Biografilm Festival di Bologna, ha infatti conquistato vari premi, tra cui il Life Tales Award e l’Audience Award. In attesa di una sua distribuzione autunnale nelle sale, che fortemente auspichiamo, ha anche già fatto tappa nei giorni scorsi ad Ortigia (SI) in occasione di OFF 9,

Qui, il trailer.

La scommessa di questa progetto esemplare è stata multipla.

In primo luogo, l’intuizione della potenza della storia, nata casualmente dalla frequentazione nel 2015 della stessa spiaggia, con l’immediata consapevolezza di poter contare su materiale umano fuori dall’ordinario. Il Principe e la Contessa sono due artisti non facilmente classificabili, il cui sogno non si è mai realizzato in nessuna delle possibili opzioni desiderate: il cinema o la pittura per Dario, il teatro e la recitazione classica, per Maury. Ma il sogno non è mai venuto meno nella loro quotidianità: lo si capisce nella casa in cui Dario vive con stanze appositamente dedicate alla musica e al cinema e in cui interagiscono come ventennale sodalizio artistico e di vita. O l’utilizzo della spiaggia come un palcoscenico in progress e sempre pronto ad ogni esperimento, in una totale libertà di espressione e movimento. In cui dialogano a modo loro teatro giapponese, pop melodico italiano, la consapevolezza sociale e Anna Magnani. Anche se le Accademie non li hanno accettati o integrati, entrambi hanno coltivato il loro talento con studio, estro e creatività a tutti i livelli. Con due energie diverse e due personalità complementari. Con la purezza di stare assieme e continuare a fantasticare, per sopravvivere ed essere se stessi.

In secondo luogo, la decisione di creare cinema di cuore, con un meccanismo che ha anche coronato scelte professionali del regista, che a molti possono sembrare estreme. “Ho studiato, lavorato e prodotto cinema a New York. Conoscevo molto bene il significato della parola industry e del cinema blasonato. Tuttavia, a un certo punto, ho sentito impellente il problema della mia identità culturale rispetto al modello americano, avevo bisogno di raccontare altre cose e ho deciso di ritornare in Italia, a Roma” ci dice Passerini, aggiungendo “Il ritorno non è stato traumatico, ma liberatorio. Anche il documentario è figlio di questo stato d’animo. L’aspetto più difficile da affrontare? Vedere negli occhi degli degli altri la disillusione totale e quasi la rabbia rispetto alla mia scelta di mettere da parte il sogno americano. L’incompresnione palpabile del mio dietrofront rispetto al luogo e al modo in cui tutti vorrebbero poter lavorare. Questa è una sensazione di colpevolezza che ho sentito riversare su di me da parte di molti miei interlocutori. Io ho abdicato in nome di una libertà espressiva e di un allontamento da situazioni artificali”.

 

 

Un altro punto focale è il senso, molto contemporaneo, da dare alla parola fallimento. La riflessione su questo tema permea tutto il film, e lo fa in modo trasversale, legandolo sia alle vicende e all’umanità dei due personaggi e di coloro che gravitano attorno ad essi, ma anche nelle parole del regista rispetto a questa sua rinascita professionale. Cinema nel cinema, sogno nel sogno, “Il principe di Ostia Bronx” traccia il perimetro di un territorio conosciuto ormai a molti, in cui la realizzazione completa delle proprie ambizioni e capacità è spesso preclusa. O anche, in altre forme, emerge la chiarezza di una vita in cui tutto cambia ma in realtà nulla cambia.

Guardando il film, sono rintracciabili riferimenti a Lars Von Trier, a Fellini e Pasolini, al mondo saturo di citazioni e colori di Almodovar. E’ un caleidoscopio globale che ti fa passare da Antonello Venditti alle radio beatbox degli anni ottanta, dai broccato di fine ottocento ai costumi dei supereroi, dal trucco di scena al softcore, dal birignao recitativo alle rivendicazioni urlate in chiave punk.

Ma bisogna essere in grado di andare oltre il primo livello di comprensione: non si tratta di stralunati o freak, perché la loro vicenda può essere paradigmatica. E viene accolta senza moralismi.

 

Non è un film divertente, perché disincanto, amarezza e delusione sono sentimenti comprimari alla narrazione. Ma se avvertiamo in qualche modo che il culto moderno dell’ego fa acqua da molte parti, la sua visione è un atto di riscatto e resilienza.

Se pensiamo alla recente lettera di Teresa Ciabatti al Corriere della Sera , all’indomani della cerimonia della consegna del premio Strega in cui per mesi era stata data per certa vincitrice, cosa poi non verificatasi; se consideriamo che le università di business americane propongono corsi specializzati dai titoli altisonanti che capitalizzano le potenzialità delle propri sconfitte, questo ci può sembrare più chiaro.

Passerini durante il nostro colloquio ha citato Winston Churchill, che affermava che il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo.

O, per dirla con il Principe Dario in persona: “La fama? Non va più de moda”.

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