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Alberto Blasetti
Spice in Space
“L’idea era quella di creare un’atmosfera autunnale con l’anice stellato, che è bellissimo ed è usato in molte preparazioni di stagione, una su tutte il vin brulè. Anche i colori dell’immagine richiamano la stagione in corso con l’arancione della spezia e il verde scuro, quasi camouflage, del fondo”. Così Alberto Blasetti, fotografo e autore dei reportage delle prime tre edizioni di Italianism, ci descrive il suo pattern.

“Professionalmente parlando, sono appassionato di cibo e di ritratto: non di rado questi due aspetti vanno di pari passo, in quanto quando si fotografano i piatti di uno chef spesso si realizzano anche dei ritratti dello chef stesso, sia in azione sia realizzando dei posati ad hoc.

Lavorando per clienti privati e per magazine, mi trovo a scattare anche tutto quello che ruota intorno al cibo e agli chef: le brigate, le architetture e gli ambienti dei ristoranti, i luoghi e le città che li ospitano; il tutto finalizzato a raccontare una storia che sia tanto delle persone quanto del prodotto risultato della loro maestria”.
Alberto nasce ad Avezzano nel 1986, abbandona gli studi di filosofia per seguire l’inclinazione naturale alla fotografia che lo accompagna dall’adolescenza. Si trasferisce a Roma, dove attualmente vive e lavora; collabora per diversi anni in qualità di assistente con i fotografi Philippe Antonello e Stefano Montesi. Intraprende il proprio percorso di ricerca concentrandosi sulla fotografia di ritratto e di food, collabora con diverse agenzie e festival sia in Italia che all’estero. Fotografa molti tra i più rinomati artisti e chef nazionali e internazionali e realizza editoriali per diverse testate italiane.
Ci regala anche alcune informazioni interessanti: “Gli chef più difficili da fotografare? Sicuramente Heinz Beck e Igles Corelli, delle leggende viventi. Essere al loro cospetto incute soggezione e un pizzico di timore ma lavorare con loro è stato incredibilmente stimolante, non solo perché sono il baluardo di intere generazioni formatesi con il loro esempio e il loro mito, ma anche perché conoscono molto bene il mezzo fotografico; sono assolutamente consapevoli che il successo di un piatto passa anche dall’immagine che se ne da e sanno precisamente ciò che vogliono e il modo in cui lo vogliono: non basta realizzare una buona fotografia, deve essere perfetta sotto tutti i punti di vista.
L’idea di fotografare le loro creazioni inizialmente mi ha quasi paralizzato, ma appena è iniziato il confronto mi sono sentito sicuro ed eccitato; con il senno di poi è stato forse questo mix di emozioni a darmi la propulsione per affrontare la situazione e portare a termine al meglio il lavoro”.
E infine: “Una domanda che mi fanno spesso è se assaggio tutto il cibo e i drink che fotografo… chiaramente sarebbe impossibile, ma posso assicurare che mi impegno sempre e faccio del mio meglio anche su questo fronte”.
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